«L’agricoltura sociale non deve essere concepita solo come attività produttiva, ma come strumento di inclusione, capace di intrecciare dimensione occupazionale, cura del territorio, sostenibilità ambientale e costruzione di reti comunitarie. Si tratta di interventi che si collocano a pieno titolo nel campo del welfare territoriale, contribuendo a rafforzare la coesione sociale e a contrastare processi di marginalizzazione». Così Maria Grazia Campese, presidente di Confcooperative Federsolidarietà Lombardia, in occasione della dodicesima edizione di Metropoli Agricole, il convegno, del 22 aprile, promosso da Fondazione Cariplo insieme ad ASeS – Agricoltori Solidarietà e Sviluppo, dedicato al ruolo dell’agricoltura sociale nei territori e nelle comunità.
In Lombardia, ha ricordato Campese, l’agricoltura sociale si è sviluppata inizialmente come pratica dal basso. Le cooperative sociali hanno agito come laboratori sociali diffusi, sperimentando modelli che non rientravano nei confini tradizionali né dell’agricoltura né dei servizi sociali: inserimenti lavorativi in contesti produttivi reali, percorsi di riabilitazione non istituzionali, recupero di cascine e terreni abbandonati, costruzione di relazioni tra soggetti agricoli, servizi pubblici e comunità locali. Queste esperienze hanno anticipato, e in molti casi ispirato, il riconoscimento successivo dell’agricoltura sociale a livello nazionale (legge 141/2015) e regionale (legge 35/2017).
Oggi sono circa 80 le cooperative sociali aderenti a Federsolidarietà Lombardia attive in questo ambito, in contesti che spaziano dalle aree metropolitane a quelle rurali e montane. «In questi territori – prosegue Campese - l’agricoltura sociale assume, se possibile, un valore ancora più strategico. Le aree interne lombarde sono caratterizzate da spopolamento e invecchiamento accentuato dalle difficoltà di accesso ai servizi essenziali come sanità, istruzione, mobilità. Qui le cooperative intervengono su terreni spesso abbandonati o marginali, contrastando il degrado ambientale e creando al contempo opportunità di lavoro e inclusione per persone fragili. La cura della terra e quella delle persone diventano parte di un unico processo, in cui la funzione sociale della cooperazione si intreccia con la valorizzazione del patrimonio rurale».
Tra le esperienze più rilevanti in territorio montano il progetto realizzato da una rete di cooperative attiva nella Provincia di Sondrio e finanziato da Fondazione Cariplo, che ha sviluppato una filiera condivisa capace di integrare trasformazione, commercializzazione e nuove attività, come la didattica e il turismo lento. A distinguersi come best practice, in ambito metropolitano il modello di Cascina Biblioteca a Milano, che si occupa di agricoltura sociale, offrendo opportunità lavorative a persone con difficoltà di accesso al mercato del lavoro.
«Le cooperative sociali non aggiungono una dimensione sociale a un’attività agricola preesistente, ma assumono l’agricoltura come leva per generare inclusione e sviluppo. Lo scopo – conclude Campese - non è la massimizzazione del profitto, ma l’interesse generale della comunità: il lavoro agricolo diventa così strumento di inserimento lavorativo e sociale per persone che altrimenti resterebbero escluse, occasione di dignità, autonomia e relazione, e al tempo stesso presidio del territorio».