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Dentro l’impresa, da protagonisti: la cooperativa tra partecipazione e corresponsabilità

Dentro l’impresa, da protagonisti: la cooperativa tra partecipazione e corresponsabilità

L'editoriale del presidente di Cooperatives Europe Giuseppe Guerini

Categorie: Primo PianoDalle Federazioni

Tags: cooperazione,   Confcooperative,   Cooperatives Europe

Lo scorso 21 agosto, nell’ambito del Meeting di Rimini, si è svolto un interessante dibattitto ispirato da un lato dalla esperienza dell’imprenditore francese, Léon Harmel, che a fine ‘800 diede vita ad un ambizioso programma di coinvolgimento dei lavoratori della sua azienda tessile; dall’altro dalla recente legge 76/2025, che dando attuazione al principio costituzionale della partecipazione (art. 46), introduce nell’ordinamento italiano una quadro  normativo per la partecipazione dei lavoratori alle imprese. Nel caso delle cooperative, il protagonismo e la partecipazione dei lavoratori, è un principio costitutivo ed essenza stessa del modello economico mutualistico 


La sfida che arriva dalla competitività globale è talmente ampia e complessa che non possiamo permetterci di avere un’unica ricetta o un unico modello economico. Infatti, così come per misurare la vitalità di un ambiente naturale se ne valuta il grado di biodiversità, altrettanto si dovrebbe fare per valutare gli ecosistemi economici e imprenditoriali. Valorizzare le diverse forme d’impresa è oggi indispensabile per non trascurare nessuna delle potenzialità di innovazione, coinvolgimento e partecipazione al protagonismo economico. 

Il lavoro, del resto, si crea all’interno di quello che possiamo definire un ecosistema e questo ci dice che, qualsiasi attività di impresa si colloca in un ecosistema che non può prescindere da quello che la circonda. La ricchezza di un'economia, così come la ricchezza della natura, nasce dalla sua diversità e se in un sistema coesistono diverse forme di impresa quel sistema diventa col tempo più solido e più forte.

Oggi il tema della partecipazione dei lavoratori va oltre, o meglio, precede la dimensione del coinvolgimento nei processi decisionali o l’accesso a una parte degli utili d’impresa, ma riguarda il significato che diamo al lavoro, le motivazioni e la relazione che il lavoro ha verso le altre dimensioni della vita delle persone.

Dare un senso al lavoro va oltre il salario e questa ricerca interroga fortemente anche le cooperative che secondo la nostra esperienza, quando agiscono in maniera autentica riescono a rispondere meglio a questa domanda di motivazione e significati.

Tra le offerte che il modello d’impresa cooperativa ha saputo negli anni sviluppare vi è quella di una prospettiva di protagonismo economico, anche per le persone che possiedono disponibilità economiche e competenze specifiche limitate. Tra le caratteristiche più appassionanti della forma cooperativa, vi è proprio quella di mettere quasi chiunque nella condizione di trasformarsi in un imprenditore, o quantomeno in un agente protagonista del proprio spazio economico.

Tra le cooperative raramente troviamo il singolo startupper o l’imprenditore illuminato che dà vita ad un’impresa in solitaria, ma ci sono persone che insieme uniscono le proprie forze per rispondere a dei bisogni, disponendo generalmente di poco capitale e poche competenze. Esse riescono a trasformare la motivazione e la “concordia” in capacità di competere, acquisendo competenze e generando capitale dal lavoro.

Cosa ci insegna questo? Che chiunque può essere valorizzato e che chiunque può - e anzi forse deve - avere un protagonismo economico, a maggior ragione oggi che la competitività non è una semplice gara fra imprese che si contendono un mercato, ma è una sfida fra sistemi economici dove il nostro, quello europeo/occidentale, è demograficamente poco dinamico, se non regressivo, e con poche risorse e che pertanto non può rinunciare alla sfida di valorizzare ciascuno.

In questo penso che la peculiarità delle imprese cooperative sia quella di dare ai propri membri un'opportunità di protagonismo in economia.

Alla fine del XIX secolo, nella stessa epoca in cui Léon Harmel chiamava i lavoratori ad essere corresponsabili della propria azienda, a Imola un imprenditore illuminato che non aveva eredi trasferì la proprietà della sua impresa ai lavoratori e nasceva così la Cooperativa Ceramiche di Imola. Una storia straordinaria e affascinante per una fra le più antiche Cooperative di Produzione e Lavoro d’Italia, fondata nel 1874 a Imola.

Un modello di organizzazione territoriale basato sulla centralità della fabbrica e delle persone, che ha consentito l’innescarsi, nei primi decenni del ‘900, di un vero e proprio processo di industrializzazione.

Nasce invece dall’amore per la formazione professionale di un prete spagnolo, José Maria Arizmendiarrieta, l’esperienza cooperativa fondata dai giovani meccanici diplomatisi alla sua scuola professionale; la Escuela Politécnica Superior de Mondragon che il sacerdote aveva istituito nei Paesi Baschi dove era stato inviato dopo la fine della Guerra civile spagnola.

Da quel gruppo di cinque giovani intraprendenti si è evoluto il gruppo Cooperativo Mondragon, la più grande impresa industriale cooperativa al mondo con oltre 70.000 occupati, leader nella produzione di cucine industriali, macchine per l’automotive e impianti di robotica. Una realtà che negli anni ha anche dato vita a un centro di innovazione e trasferimento tecnologico e a una propria Università a Bilbao.

Sempre sul tema della partecipazione dei lavoratori, l’Italia vanta da oltre quarant’anni una delle più interessanti e citate (negli studi internazionali sulle cooperative) esperienza di protagonismo economico dei lavoratori attraverso il meccanismo del workers buyout, realizzato da CFI – Cooperazione Finanza Impresa sfruttando l’illuminante legge ideata da Giovanni Marcora e poi promulgata postuma nel 1985. Grazie a questo, che è uno dei più efficienti strumenti di politica attiva del lavoro, sono stati realizzati oltre 500 interventi di salvataggio, con migliaia di posti di lavoro tutelati e con un utilizzo virtuoso del denaro pubblico destinato agli ammortizzatori sociali.

L’impresa in forma cooperativa, per essere autentica, deve implementare con coerenza i sette principi consolidati nel corso dei decenni e che dalla fine degli anni ’90 sono stati adottati dalle Nazioni Unite e dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro – riassunti poi con la Raccomandazione ILO R. 193 del 20 giugno 2002 che trova riscontro nelle legislazioni cooperative di 170 Stati. 

I sette principi — adesione libera e volontaria; controllo democratico da parte dei soci; partecipazione economica dei soci; autonomia e indipendenza; educazione, formazione e informazione; cooperazione fra cooperative; interesse verso la comunità — non sono un decalogo astratto da esporre in bacheca. Sono, prima di tutto, degli indicatori. Ci dicono, cooperativa per cooperativa, quanto un'impresa sia davvero cooperativa e quanto invece si limiti a indossarne la forma giuridica.

Una cooperativa che applica sul serio il voto capitario, che investe in formazione, che si confronta con il territorio, sta dando prova misurabile della propria identità mutualistica. Una cooperativa che invece tratta i soci "come numeri", sta segnalando una distanza da quei principi.

Ma i principi non sono solo un metro di giudizio esterno. Se li guardiamo dall'interno dell'impresa, diventano qualcosa di operativo: una griglia concreta per costruire partecipazione. Il controllo democratico non è solo avere diritto di voto in assemblea: è la possibilità reale di orientare le scelte strategiche.

La partecipazione economica dei soci non è solo un conferimento di capitale: è condivisione di rischio e di risultato.

Educazione, formazione e informazione non sono un adempimento: sono l'investimento che rende ogni socio capace di partecipare consapevolmente, non solo di essere presente.

Coinvolgere i soci nella vita dell'impresa, a partire da questi principi, significa trasformarli da portatori di un interesse passivo in protagonisti attivi dell'attività cooperativa: nella progettazione dei servizi, nel controllo di gestione e nei rapporti con la comunità di riferimento. Il coinvolgimento quindi come leva di competitività.

Ed è qui che si chiude il cerchio. Il coinvolgimento dei soci, se costruito seriamente sui sette principi, non è un costo organizzativo, né un esercizio di stile democratico: è un vantaggio competitivo.

Un socio informato, formato e coinvolto porta con sé conoscenza del territorio, responsabilità condivisa, capacità di adattamento — tutte risorse che nessuna impresa capitalistica tradizionale può replicare allo stesso modo, perché nascono dalla struttura stessa della cooperativa, non da un piano di incentivi. Dimostrano concretamente che si può fare impresa mettendo le persone al centro, e che la competitività dell'economia europea ha bisogno proprio di questa biodiversità di forme d'impresa.

La diversità cooperativa — fondata sui principi, non nonostante essi — come componente della competitività di un intero sistema economico, non come sua eccezione tollerata.

Sono esperienze, queste, che ci insegnano qualcosa e credo che sia importante mantenere viva questa presenza per poter dare, assieme al dibattito scaturito dall’ultima enciclica di papa Leone XIV, una risposta concreta alla grande sfida del nostro tempo. Il modello cooperativo rinasce così come opportunità complementare, rappresentata dalla possibilità di sfruttarlo per mantenere la sovranità dei cittadini sui dati. Già oggi stanno nascendo in Europa esperienze di cooperative fondate sullo scambio di dati, l'Unione Europea ha riconosciuto questo modello e credo che questa sia una delle strade da percorrere anche per salvaguardare la democrazia economica nell'universo digitale odierno.

Queste storie ci dicono che le persone, assieme alla motivazione e alla capacità di condividere sono quello che fa la differenza, ma ci dicono anche che dare valore assoluto al profitto, inseguire capitalizzazioni smisurate e remunerare eccessivamente il capitale investito genera ricchezze che si accumulano e concentrano in poche mani smettendo di creare valore condiviso. Le cooperative, che nascono sempre poco capitalizzate, sono costrette (anche grazie alle legislazioni ispirate ai principi cooperativi) ad accantonare ogni anno una quota degli utili, costituendo un patrimonio intergenerazionale che consolida l’azienda invece di remunerare il capitale.

La diffusione delle impese cooperative in quasi ogni settore economico e produttivo, ma soprattutto la loro resilienza, ci raccontano storie che dimostrano che competitività e partecipazione dei lavoratori non sono in contraddizione e che, nel contesto della grande trasformazione dell’economia, responsabilità e coinvolgimento, sono un antidoto alla spersonalizzazione  di quest’ultima e al rischio del “totalitarismo digitale” e dalla tentazione di trasferire tutte le responsabilità alle macchine.

Proprio nel tempo del dominio delle big-tech multinazionali, la forma cooperativa potrebbe rappresentare uno strumento interessante per salva guardare la sovranità digitale e la democrazia economica.

Giuseppe Guerini